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Istanbul,
18 novembre Dopo
il un duro discorso, durante la sessione del mattino di Al-Quds
International Forum, dove ha attaccato l'amministrazione americana, e ha
dipinto Israele come uno Stato illegale, Stanley Cohen, un avvocato di
New York e attivista dei diritti umani, ha parlato con i giornalisti
della relazione tra media occidentali, Gerusalemme e della causa
palestinese. Cosa
si aspetta da questa conferenza? "Spero
che, da questa conferenza, la gente da tutto il mondo farà ritorno in
patria, a casa, con un rinnovato spirito di solidarietà, e lavorerà
nella propria comunità per costruire un movimento più forte per
affrontare una questione che richiede molta resistenza da parte di
molti. La conferenza ha messo insieme le persone, ha presentato e creato
nuovi amici e identificato questioni e problemi. E questo è buono. E'
stata una buona conferenza". Ci
sono stati molti discorsi sui media statunitensi e degli altri Paesi
occidentali, e la mancanza di copertura su ciò che sta succedendo in
Palestina. Come può essere cambiato o contrastato tutto ciò? "Non
sono sicuro che possa essere contrastato. Penso che i media occidentali
abbiano un'agenda. Penso che siano guidati da lobby politiche,
economiche, e in parte, religiose. Il problema principale, credo,
è la perdita di tempo nel tentativo di cambiare le basi dei media
occidentali". Sta
dicendo che si tratta di un caso disperato? "No,
non penso che sia del tutto senza speranza. Ciò che sto dicendo è che
la Storia scorre con il trascorrere del tempo. I media saranno obbligati
a trattare con realismo e verità quando si avvicinerà la realtà dello
Stato palestinese. I media hanno davanti una prospettiva: presto o tardi
possono essere trascinati di fronte alla realtà e alla verità. Non
sono sicuro se sia necessario cercare di ridirezionare i media
occidentali: la realtà è che la storia farà cambiare loro la rotta.
Non c'è altra scelta". Premesso
ciò, quale ruolo devono ricoprire i sostenitori o i simpatizzanti della
Causa palestinese per cambiare la percezione di quanto sta accadendo? "Lottare,
lavorare, resistere e costruire. Gli occidentali non devono dire ai
palestinesi come resistere. Gli occidentali non devono educare i
palestinesi su come combattere. Gli occidentali non devono offrire
insegnamenti sul bisogno di costruire movimenti e resistere in vari
modi. I palestinesi stanno resistendo da 60 anni in una varietà di
modi, e continuano a farlo; prima o poi avranno successo". A
causa dell'attuale sistema internazionale non polarizzato che gira
intorno agli Stati Uniti, noi ci sentiamo obbligati ad agire secondo le
regole degli Usa... "Io
non so se il ragazzino di 10 anni che tira le pietre contro un tank
sente che è obbligato a giocare il ruolo impostogli dagli Usa. Gli
Stati Uniti, come impero, e come superpotenza monolitica, si stanno
offuscando. Sono convinto di ciò. Poiché il mondo diventa più
piccolo, la gente diventa più educata; e poiché la gente sviluppa
nuove tecnologie, l'abilità degli Usa come entità monolitica in grado
di controllare le aspirazioni, le politiche e le direzioni del resto del
mondo sta scomparendo. E' un dato di fatto. Abbiamo una forza militare
che ha una media di 35 anni. Abbiamo guardie nazionali che hanno
ginocchia e gambe cattive. Abbiamo 40 milioni di americani a casa senza
assicurazione sanitaria. Abbiamo un sistema scolastico al collasso. Come
superpotenza, i giorni degli Stati Uniti sono contati. Come americano,
per me è una cosa problematica. Non vedo questo con senso di orgoglio,
ma nello stesso tempo non riconosco il diritto di ogni nazione a
essere una superpotenza. Siamo membri di una comunità mondiale. Ogni
comunità ha forza e debolezza, i suoi aspetti buoni e quelli cattivi, e
noi dobbiamo avere a che fare con tutti, come popolo. Così, ecco la
risposta: gli Stati Uniti non continueranno a lungo in questo
modo". Lei
consiglia ai palestinesi di continuare a lottare? "C'è
una varietà di movimenti palestinesi e di mezzi di resistenza. A
dispetto di quanto sta accadendo con la comunità palestinese, non penso
che la divisione sia la parola giusta. Non penso che il popolo sia
affatto diviso. Penso che esso sia molto determinato su ciò che vuole,
ciò che vuole ottenere e ciò di cui ha bisogno. Penso che gli Usa e
Israele a questo punto possano comprare soltanto un piccolo segmento
della comunità palestinese e siano in grado di distrarre solo temporaneamente
il movimento palestinese dall'indipendenza e dalla liberazione. Penso
che il tentativo abbia vita breve e che fallirà. Annapolis avrà
il suo piccolo spettacolo e ognuno, con grandi baci, dirà belle cose e
si farà fotografare. E quando sarà ora, Abu Mazen tornerà al suo
quartier generale, a Ramallah, e avrà potere. Gli Usa e Israele
continueranno disperatamente a cercare di controllare ciò che accade
nei territori, ma la gente continuerà ad andare avanti. Non voglio che
suoni romantico: i sacrifici sono tremendi. Ma la realtà è quella che
è: il tempo creerà il cambiamento. E io rimango convinto che, fra
una settimana, un mese o un anno, ci sarà uno Stato palestinese". Che
significato vede per Gerusalemme e la lotta contro l'occupazione nel
contesto della causa palestinese? "C'è
un grande dibattito: Gerusalemme deve essere una città divisa? Deve
essere una città internazionale? La parte Ovest deve essere la capitale
di Israele e quella Est la capitale della Palestina? Io non credo
nella soluzione di due Stati. Non penso che funzionerà. Ma credo che la
separazione dei due Stati come passo verso l'unico Stato sia
importante e necessaria. Penso che richiederà del tempo per dei
cugini che si sono combattuti l'un l'altro iniziare a imparare a
lavorare insieme di nuovo. Alla fine, Gerusalemme sarà la capitale di
uno Stato. Sarà la capitale di tutte le religioni, musulmana, cristiana
e ebrea; i cittadini saranno liberi di praticare il credo che
desiderano. Sarà uno Stato in cui ci sarà 'una persona per un
voto'. Sarà uno Stato in cui la gente deciderà come meglio tirar
su la propria famiglia, trattare con i vicini: la strada percorsa dal
Sudafrica. Non sono naïve; non sarà facile. Richiederà molto
tempo. Sarà una lotta difficile, ma si realizzerà". Quindi
lei sta richiedendo la soluzione democratica... "Alla
fine, l'unica soluzione è quella democratica. Richiederà del tempo. Il
diritto al ritorno è un concetto interessante. Ci sono 5 o 6 milioni di
palestinesi che vivono in campi profughi in tutta la regione. Se credo
che domani, con il diritto al ritorno, i 5 o 6 milioni di
palestinesi torneranno a casa? No. Devono avere il diritto di stare dove
essi si sentono pienamente cittadini: quei palestinesi che vogliono
tornare a casa devono avere il diritto di farlo. A coloro che non
vogliono tornare a casa devono essere corrisposti indennizzi, non
diversi da quelli che gli ebrei in Germania hanno richiesto dopo la II
Guerra mondiale. Per i palestinesi che vogliono restaurare le loro case,
affari, proprietà, per quanto possibile, la questione va risolta. La
rivolta armata è una fase della rivoluzione, della crescita. Gli Stati
Uniti ci sono passati. Gli Usa hanno combattuto una guerra civile
sanguinosa, e milioni di persone sono morte, fratelli e sorelle". Come
avvocato, vede dei mezzi legali affinché alla popolazione di
Gerusalemme vengano garantiti i propri diritti? "Credo
fermamente che le azioni possano essere portate davanti all'Aia e alla
Corte Europea dei Diritti Umani, e che i palestinesi che vivono in altri
Paesi possano denunciarle. Penso sia importante lottare in tutti i modi,
compreso quello delle cause legali, delle sfide, dei boicottaggi. La
lotta ha molte facce. C'è un famoso americano, Fredrik Douglas—uno
schiavo liberato - che diceva: 'Il potere non può fare nulla senza la
lotta, non può e non potrà avere nulla'. La lotta può essere armata,
morale, o entrambe le cose. Devi usare tutti i mezzi a disposizione, in
ogni maniera". da
http://www.alquds-forum.org/en/index.php?s=home
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